Una pericolosa compagnia: la tartaruga dalle orecchie rosse

Gli animali da compagnia, i cosiddetti pet, fanno parte a tutti gli effetti di moltissimi nuclei familiari. Oltre ai forti legami affettivi che si creano, avere animali domestici ha anche il vantaggio di educare i nostri figli, insegnando loro il senso di responsabilità. L’entusiasmo, però, spesso porta a non valutare attentamente tutti gli aspetti di questa convivenza. Una delle specie più coinvolte in esperienze di questo tipo è stata la tartaruga dalle orecchie rosse, un nome accattivante per una specie (Trachemys scripta elegans) importata dalle regioni meridionali degli Stati Uniti che rappresenta oggi una minaccia al nostro delicato ecosistema.

Dietro questa simpatica denominazione si nasconde infatti un pericolo. Questa tartaruga può incidere negativamente sulle popolazioni della testuggine palustre europea (Emys orbicularis), specie originaria del nostro Paese. Riesce infatti a occupare i suoi siti di nidificazione ed entra in competizione con quest’ultima per il cibo. La tartaruga americana è in grado di sfruttare meglio le risorse disponibili e può provocare la diffusione di alcuni batteri, come le salmonelle, potenzialmente pericolosi anche per l’uomo.

Un ospite sempre più ingombrante

I soggetti maggiormente coinvolti dalla tartarugomania sono da sempre i bambini, attirati intensamente da questi tranquilli e simpatici rettili. Così esemplari di Trachemys, un tempo venduti nei negozi di animali (ma anche nelle fiere e nei mercati) sembravano ideali anche agli occhi dei genitori. Si trattava di animali piccoli, colorati, acquatici (e quindi “puliti”), bisognosi di poco spazio e silenziosi. Protetti, coccolati e ben nutriti, in poco tempo i piccoli ospiti cominciavano però a crescere e a richiedere vasche di dimensioni sempre maggiori, non sempre corredate da opportuni filtri. È così che l’acqua cominciava a emanare cattivo odore per effetto del cibo in decomposizione e delle tartarughesche deiezioni.

Inutile dire che l’idillio tra uomini e rettili si concludeva spesso con una gita di famiglia al parco – o in luogo simile dotato di specchio d’acqua – in cui le tartarughe venivano festosamente messe in libertà, nella convinzione (errata) di aver compiuto una buona azione. Ed è proprio così che ha avuto origine il problema. In Italia la prima segnalazione relativa al rilascio di esemplari della specie in condizioni semi naturali risale ai primi anni Settanta del Novecento e si riferisce al Molise. Oggi la presenza della specie è stata accertata in tutte le regioni italiane.

La soluzione c’è: impegniamoci tutti!

La buona notizia è che è possibile risolvere questa situazione. In quest’ottica una funzione importante la svolgono chiaramente le normative europee e italiane, grazie a leggi che ne vietano l’importazione e la vendita. Ciononostante, il grosso compete ai cittadini. Ai molti che ancora possiedono delle Trachemys spetta la responsabilità di custodirle fino a quando non passeranno a miglior vita denunciandone il possesso entro il 31 agosto 2019 con apposito modulo alla Direzione generale per la Protezione della Natura e del Mare. È semplice, è gratuito e la ricevuta di invio del modulo autorizza automaticamente alla detenzione (che deve avvenire garantendo la non riproduzione). Qualora non fosse più possibile tenerle con sé non vanno assolutamente liberate in naturaPrendete contatto con la vostra regione per ricevere indicazioni sulle strutture di detenzione in cui è possibile portarle e se durante una passeggiata avvistate qualche esemplare, segnalatelo alle autorità (Regione, Carabinieri forestali) in modo che possano tempestivamente intervenire, in particolare nei contesti in cui è presente anche la nostra Emys orbicularis o in ambiente con siti di riproduzione di altri anfibi particolarmente a rischio: servirà a mantenere aggiornato il monitoraggio della specie aliena.

Conosciamo più da vicino la tartaruga dalle orecchie rosse 

La Trachemys, in condizioni ideali, può raggiungere anche i 30 cm di lunghezza e le femmine sono mediamente sempre più grosse dei maschi. Il guscio è composto da due parti: quella superiore, convessa, si chiama carapace mentre quella inferiore, piatta, prende il nome di piastrone. Le due parti sono saldate lungo i margini ad eccezione delle aperture riservate alle zampe, alla coda e alla testa. Negli individui giovani la colorazione del guscio è verde chiaro per poi diventare progressivamente più scuro e marrone.

Più variegata è la pelle che si presenta con striature gialle cui si associano sulla testa le due caratteristiche strisce rosse a cui la tartaruga deve il nome. Il suo areale d’origine è compreso tra la parte settentrionale del Sudamerica e gli Stati Uniti meridionali. In genere passa molto tempo al sole lungo le rive o su rocce e tronchi ed è rapidissima a rituffarsi in acqua al minimo segnale di pericolo. L’unico momento in cui abbandona l’ambiente acquatico è per deporre le uova al riparo sulla terraferma. Amante del caldo, smette di alimentarsi quando la temperatura scende sotto i 10 °C e va in letargo sott’acqua seppellendosi tra i sedimenti.

Mangia di tutto: dai piccoli anfibi ai pesci fino agli insetti, vermi, animali morti e piante acquatiche. I giovani sono prevalentemente carnivori e prediligono le zone più prossime alle rive al contrario degli adulti più erbivori e amanti di acque profonde. Questa specie si adatta facilmente al nostro clima, avvantaggiata negli ultimi anni da stagioni sempre più calde.

Le tartarughe ci insegnano un’importante lezione di civiltà: davanti a una specie mai vista, documentiamoci sempre a fondo prima di acquistarla, così da evitarne la diffusione. Questo vale per tutte le specie aliene: il nostro patrimonio naturale si difende anche così.

Testo a cura di Angelo Mojetta, biologo marino, subacqueo e giornalista.
Dopo varie esperienze come ricercatore, ha iniziato a collaborare con riviste e periodici naturalistici e subacquei (AQVA, Oasis, Sub, Airone, National Geographic) e reti televisive. Autore di oltre 300 articoli e una cinquantina di libri, dedicati al mondo delle acque. Nel 2012 per la sua intensa attività in favore dell’ambiente marino ha ottenuto il prestigioso Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.