Attenzione pescatori: contro i gamberi invasori c’è bisogno di voi

Nell’Ottocento i gamberi d’acqua dolce costituivano un piatto ricercato ma, a causa di un alieno del tempo, il fungo Aphanomyces astaci arrivato dall’America, si diffuse a metà di quel secolo la peste del gambero che decimò le abbondanti popolazioni di gamberi italiani. Dopo l’Italia, dove sono ancora presenti dei focolai, la peste raggiunse prima la Francia e poi si diffuse in tutta Europa.

Per rilanciare questo prodotto e l’allevamento dei gamberi in Italia vari esperti consigliarono di importare e allevare il cosiddetto gambero nobile (Astacus astacus), tipico dell’Europa centro-orientale e altre specie più adattabili e prolifiche sottovalutandone però i disastri e i problemi che oggi conosciamo. E così nel scorso secolo arrivarono nel nostro Paese ben quattro specie di gamberi alieni: il gambero turco (Astacus leptodactylus); quello della California (Pacifastacus leniusculus); il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarckii); e il cosiddetto gambero americano (Orconectes limosus). A questi si è aggiunto nel 2008 il gambero marmorato, il Procambarus fallaxuna specie aliena ancora più aliena delle altre perché è prodotto in laboratorio e gli individui ottenuti sono solo femmine capaci di riprodursi tutto l’anno senza l’intervento di individui maschi, a intervalli di 8-9 settimane. 

gambero

Un esemplare di Pacifastacus leniusculus, gambero originario della California

Le conseguenze dell’invasione aliena

Tutto ciò ha avuto importanti conseguenze sul piano ambientale. Rapida crescita, maturità precoce, alto numero di uova, associate all’elevata tolleranza nei confronti di condizioni ambientali e la resistenza a parassiti e a malattie, di cui sono portatrici: ecco spiegato come mai queste specie hanno soppiantato in molti casi i gamberi nostrani e determinato localmente l’estinzione di svariate specie di molluschi, pesci, anfibi e piante acquatiche. Il più pericoloso di tutti è il gambero rosso della Louisiana, inserito nella lista DAISIE delle 100 peggiori specie invasive in Europa: oltre alle caratteristiche di adattabilità e prolificità che lo accomuna agli altri crostacei invasori, questo gambero scava tane lunghe anche 5 metri che provocano danni agli argini fluviali e lacustri e nel farlo aumenta la torbidità delle acque riducendo la penetrazione di luce e quindi la crescita della vegetazione. Il clarkii, inoltre, può risultare pericoloso per la nostra salute, perché accumula metalli pesanti e tossine microalgali. Può inoltre trasmettere patogeni per l’uomo, come il batterio Francisella tularensis responsabile della tularemia.

gambero

Un esemplare di gambero Procambarus clarkii, dalla caratteristica colorazione bruno-rossa

I pescatori possono aiutare a fermare la diffusione

Ma cosa si può fare per contrastare queste specie invasive? Purtroppo le risorse a disposizione, come quasi sempre succede quando si devono contrastare specie acquatiche ormai ampiamente diffuse, sono poche. I gamberi alieni possono essere controllati solo da strutture specializzate ed enti che mettano in atto vari metodi meccanici, biologici e chimici, possano impegnare ingenti risorse umane ed economiche. Poiché l’eradicazione è possibile solo in una fase precoce dell’insediamento diventa fondamentale la collaborazione in particolare dei pescatori la cui distribuzione capillare sul territorio li rende automaticamente le prime sentinelle. La loro comunicazione tempestiva in caso di avvistamento di gamberi in zone dove non erano mai stati presenti può contribuire moltissimo ad arginare la diffusione di queste specie aliene e in certi casi anche a consentirne la rapida eradicazione. Chi li avvistasse può rivolgersi alla federazione o agli uffici pesca territoriali, meglio se allegando una foto del gambero in questione.

Come riconoscere il gambero rosso della Lousiana

È il più invasivo e attualmente il più pericoloso. Vale la pena farne un ritratto accurato per aiutare a riconoscerlo: gli individui adulti di questa specie hanno una lunghezza media di circa 15 cm, ma possono raggiungere anche i 20 cm. La loro principale caratteristica è la colorazione rosso scuro o marrone-rossastro che li rende facilmente distinguibili dalle specie indigene, ma risultano presenti anche varianti blu, gialle, bianche e nere. I giovani hanno invece una colorazione grigio-verde con una sottile banda scura su entrambi i lati dell’addome e una più spessa chiara lungo la superficie dorsale. La parte anteriore si presenta ruvida, soprattutto dietro al capo. Il rostro, la punta che sporge anteriormente, è acuminato e stretto, a forma di triangolo più largo alla base. Le chele sono ben sviluppate e granulose, di dimensioni maggiori negli esemplari di sesso maschile; ricoperte di spine e tubercoli più evidenti nel lato interno.

Testo a cura di Angelo Mojetta, biologo marino, subacqueo e giornalista.

Dopo varie esperienze come ricercatore, ha iniziato a collaborare con riviste e periodici naturalistici e subacquei (AQVA, Oasis, Sub, Airone, National Geographic) e reti televisive. Autore di oltre 300 articoli e una cinquantina di libri, dedicati al mondo delle acque. Nel 2012 per la sua intensa attività in favore dell’ambiente marino ha ottenuto il prestigioso Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.