Non usare mai questo pesciolino come esca

Come ha fatto un pesciolino lungo una decina di centimetri e che non è certo un migratore come il salmone o l’anguilla ad arrivare nelle acque dolci italiane dai remoti bacini dei fiumi Amur e Yangtze dell’Asia orientale? La domanda è legittima soprattutto quando il pesciolino in questione, noto alla scienza come Pseudorasbora parva, non ha in apparenza nulla ma proprio nulla che possa suscitare le brame di qualche astuto commerciante o di un fanatico collezionista o di qualche appassionato gourmet.

Il viaggio della pseudorasbora alla conquista dei fiumi italiani

In realtà questa specie non ha fatto nulla per abbandonare i suoi fiumi natii. Conviveva però con specie più interessanti e commestibili come le carpe erbivore, che sono state pescate e traslocate da un fiume all’altro a scopo alimentare. E quando si fa questo tipo di operazioni non si va per il sottile: una bella retata e quel che si prende si prende, pesci grandi e piccoli che poi vengono ributtati nel nuovo corso d’acqua. Portata dall’uomo, la pseudorasbora ha così attraversato confine dopo confine e conquistato fiume dopo fiume, fino a quando la sua diffusione ha colpito l’attenzione degli ittiologi dei vari paesi, che hanno iniziato a studiarla a fondo e anche a preoccuparsi un po’, anzi sempre di più. La pseudorasbora, infatti, è capace di adattarsi ad ambienti molto diversi, mangia di tutto si riproduce piuttosto facilmente.

Cosa fare per fermare l’invasione

Le specie acquatiche, soprattutto quando sono invasive come questa, richiedono un contrasto globale che per essere efficace deve agire su più piani e in maniera coordinata. Se il mondo scientifico rappresentato da enti predisposti alla protezione ambientale e alla ricerca a livello regionale (ARPA) o nazionale (ISPRA) ha l’importante compito di individuare questi pericoli, un ruolo importante hanno i cittadini. E in questo caso, trattandosi di pesci, lo hanno proprio i pescatori: la loro diffusione sul territorio li rende delle sentinelle privilegiate nel contrasto di questa specie di cui, prima di tutto, deve essere impedita la diffusione attraverso pratiche erronee quali l’utilizzo della pseudorasbora come esca e il suo rilascio in ambienti diversi da quelli in cui sia stata eventualmente catturata. Inoltre rimane fondamentale una sempre maggiore attenzione nei confronti dell’ambiente acquatico e della sua gestione. Infatti, se i nostri fiumi e laghi fossero meno inquinati e con popolazioni di pesci nostrani abbondanti e in equilibrio, pesci come la pseudorasbora si troverebbero o si sarebbero trovati di fronte le bocche affamate di lucci, anguille, cavedani, persici ed altri predatori acquatici capaci di tenere sotto controllo questo invasore o di limitarne la diffusione contribuendo a non alterare quello splendido patrimonio naturale che rende l’Italia uno dei paesi al mondo più ricchi di biodiversità.

Un pesciolino dall’aspetto innocuo

Ma chi è questo “alieno” che ha invaso le nostre acque dolci? Scopriamolo meglio. La pseudorasbora, nota anche con il nome di “cebacek”, è un rappresentante della famiglia dei Ciprinidi, la stessa di carpe e tinche, e si presenta come un pesce dal corpo affusolato, con bocca piccola, labbra prominenti e rivolte verso l’alto e pinne dai bordi arrotondati. Il suo colore può variare dal verde-grigio fino all’argenteo, con un’evidente banda azzurra sopra la linea laterale e una scura pigmentazione sul bordo posteriore delle squame. Curiosamente, in concomitanza con il periodo riproduttivo, il maschio sviluppa dei bottoni madreperlacei e duri su quasi tutto il corpo, comprese le pinne. A parte questa stranezza, peraltro non rara nei Ciprinidi, non c’è niente di paragonabile a pesci più blasonati e interessanti, eppure la piccola pseudorasbora può essere definita, a modo suo, un pesce di successo. In poco più di mezzo secolo, a partire dagli anni ’50, il pesce ha fatto molta strada invadendo – perché di un invasore si tratta – ben 32 Paesi dall’Asia Centrale all’Europa fino all’Africa, conquistando circa quattro nuovi Stati ogni dieci anni. Ovviamente non ha fatto tutto da solo, ma si è servito del più potente dei mezzi, l’uomo, di cui ha saputo sfruttare la “beata ignoranza”. 

Per un pesce, soprattutto se invasore, questa è una qualità ideale poiché gli permette di conquistare rapidamente un ambiente a scapito di specie autoctone, cioè indigene, dai ritmi più lenti. La pseudorasbora, dunque, ha fatto suo il motto di Giulio Cesare “Veni, vidi, vici” e, a partire dal 1988, anno della sua prima segnalazione in provincia di Mantova, ha cominciato ad avanzare anche in Italia, infilandosi in parecchi fiumi (dal Po all’Arno) e poi diffondendosi anche in Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Lazio e Basilicata. In tutti questi posti è entrata in competizione con i piccoli ciprinidi locali, minacciandone la sopravvivenza e mettendo a rischio la biodiversità del nostro Paese.

Il pesciolino giunto da lontano nasconde poi un’insidia ancora più pericolosa perché in grado di diffondere un gran numero di parassiti patogeni alcuni dei quali decisamente nocivi per la fauna ittica (che possono anche causare gravi morie). Per queste sue caratteristiche la pseudorasbora è diventata una delle 37 specie che la Comunità Europea, e quindi anche l’Italia, ha messo nel libro nero delle specie invasive per contrastarne la diffusione.

Testo a cura di Angelo Mojetta, biologo marino, subacqueo e giornalista.
Dopo varie esperienze come ricercatore, ha iniziato a collaborare con riviste e periodici naturalistici e subacquei (AQVA, Oasis, Sub, Airone, National Geographic) e reti televisive. Autore di oltre 300 articoli e una cinquantina di libri, dedicati al mondo delle acque. Nel 2012 per la sua intensa attività in favore dell’ambiente marino ha ottenuto il prestigioso Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.