Non cucinare la Rana toro: è buona, ma non per l’ecosistema

Quando si ragiona in termini di possibili risorse alimentari, una delle prime domande che l’allevatore si pone è quanto cibo si possa ricavare da ogni esemplare (pesce, ovino, bovino, uccello o altro) e in genere più se ne ricava meglio è. Ecco spiegato in poche parole il perché negli anni Trenta del Novecento fu introdotta in Italia, in particolare nella Pianura Padana, la Rana toro (Lithobates catesbeianus), un vero gigante nel mondo degli anfibi. Facile da allevare e poco costosa, a quel tempo le rane erano un cibo diffuso e apprezzato. La Rana toro, capace di raggiungere fino a 1,5 kg di peso, sembrava essere davvero la specie ideale per gli allevatori.

Una predatrice molto vorace

La Rana toro, lo si può immaginare, per diventare così ben pasciuta deve nutrirsi molto e di tutto. La sua alimentazione è molto variata e comprende invertebrati e piccoli vertebrati (soprattutto pesci, anfibi e rettili, ma anche uccelli e mammiferi acquatici) tanto che in alcuni casi venne persino importata per la sua fama di cacciatrice di topi. Alla base di questa ingordigia c’è una bocca decisamente grande e l’abitudine di cacciare di notte, quando le prede sono più facili da sorprendere.

Una rana, mille pericoli

Facile dunque comprendere i problemi creati all’ambiente da questa specie aliena, estranea alla nostra fauna e pericolosa per l’ecosistema proprio per la sua voracità e per i suoi gusti variabili. Una volta acclimatata la Rana toro diventa un vero flagello non solo per gli altri anfibi come le rane verdi o i pelobati (specie nostrane che vengono divorate ed eliminate sia da adulte che da girini), ma anche per pesciuccelli e piccoli mammiferi acquatici.

A prima vista qualcuno potrebbe sostenere che, in fondo, si tratta del semplice rapporto predatore-preda tra animali che non coinvolge direttamente l’uomo. Le cose però sono più complicate di così: anche noi facciamo parte dell’ambiente e ogni modifica in senso negativo si traduce in un danno per gli essere umani. In particolare questo ha danneggiato i gestori di laghetti di pesca sportiva o di riserve di caccia che hanno dovuto registrare un calo di forme giovanili di pesci e uccelli a fronte di elevate densità di Rana toro. Inoltre, come molte specie non indigene anche la Rana toro è portatrice di malattie e in particolare della Chitridiomicosi provocata dal fungo Batrachochytrium dendrobatidis, una delle principali minacce per gli anfibi a livello mondiale. Se può essere di consolazione nemmeno la Rana toro, pur essendo più resistente, è immune a questo malanno che può contribuire a limitare la sua diffusione.

Cosa possiamo fare per limitarne la diffusione

La prima azione che si può compiere è imparare a riconoscerla per poterla segnalare alle autorità responsabili del suo monitoraggio e della sua gestione. Vai sui siti www.specieinvasive.it e/o www.lifeasap.it, consulta le schede della specie e scarica ASAP per mandare le tue segnalazioni. Ricordati che è proibito acquistare la Rana toro viva per allevamento o come ingrediente per una gustosa ricetta. Il rischio di minare la nostra biodiversità è troppo alto.

Le caratteristiche della Rana toro

Il segnale più evidente della presenza di questa specie è dato dal canto di corteggiamento del maschio che si può udire in primavera e che, strano ma vero, ricorda un muggito. Ma come identificarla? Questa rana raggiunge i 15-20 cm di lunghezza e mediamente 900 g di peso. Il dorso ha una colorazione che va dal verde chiaro al marrone olivastro, con variegature simili a disegni macchiati di verde e marrone; il ventre è chiaro. Il timpano, la regione dietro l’occhio, è simile a una macchia tonda. È molto sviluppato e grande anche due volte dell’occhio nel maschio, mentre è meno sviluppato nella femmina.

Una piega della pelle corre dall’occhio intorno all’ampio timpano. Sotto il mento si trova il sacco vocaleunico e non doppio come in altre specie di rane, che contribuisce ad amplificare il suo muggito.

Le uova, fino a 20.000, sono deposte in estate in grandi ammassi gelatinosi. I girini, che possono raggiungere anche i 15-16 centimetri di lunghezza e i 200 g di peso, passano l’inverno in ibernazione e completano la metamorfosi l’estate successiva alla nascita o anche più tardi. Un vantaggio di questa specie, oltre al gran numero di uova prodotte e alle dimensioni raggiunte, va ricercato anche nella scarsa predazione esercitata sui girini a causa della loro scarsa appetibilità. A proposito di uova e girini si deve raccomandare di non raccoglierli magari per curiosità o per seguirne lo sviluppo ed evitare così il rischio di abbandonarli in seguito in zone non ancora raggiunte da questo anfibio invasivo.

Quanto alle zone in cui trovarla, la Rana toro vive in corpi idrici quali laghettipaludipozze e stagnitorrenticanali a lento corso distribuiti in ambienti diversi quali boschi, prati e anche aree antropizzate come i parchi urbani. Originaria delle regioni nord-orientali degli Stati Uniti la specie ha cominciato ad essere commercializzata su vasta scala e importata in Europa circa un secolo fa. Oggi è presente, oltre che in Italia, dalla Grecia alla Spagna fino alla Gran Bretagna.

Il contenimento sta funzionando

Da qualche anno però anche la Rana toro è finita nel mirino della legge. Dopo essere stata inserita nell’allegato B del regolamento CEE n. 338/97 con lo scopo di limitarne l’introduzione nei paesi membri dell’Unione Europea è finita nella lista di specie esotiche invasive di rilevanza unionale per cui è vietato, ai sensi del Regolamento UE 1143/14, il commercio, la detenzione, il rilascio in natura, l’allevamento. La regolamentazione ha anche contribuito ad avviare progetti di contenimento e di eliminazione della specie come compiuto – con successo – in Gran Bretagna, insieme a campagne di sensibilizzazione. Va detto che le popolazioni italiane della specie sembrano oggi stabili addirittura in regresso rispetto a alcuni anni fa, forse a causa delle condizioni ambientali meno favorevoli.

Testo a cura di Angelo Mojetta, biologo marino, subacqueo e giornalista.
Dopo varie esperienze come ricercatore, ha iniziato a collaborare con riviste e periodici naturalistici e subacquei (AQVA, Oasis, Sub, Airone, National Geographic) e reti televisive. Autore di oltre 300 articoli e una cinquantina di libri, dedicati al mondo delle acque. Nel 2012 per la sua intensa attività in favore dell’ambiente marino ha ottenuto il prestigioso Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.