Le Noci di mare danneggiano la pesca. Cosa fare se ne avvisti una

Immaginate di trovarvi davanti un essere a forma di barilotto lungo una decina di centimetri, trasparente e che brilla di una luce blu-verde. Potreste scambiarlo per una delle luci dell’albero di Natale oppure per una creazione dei maestri vetrai di Murano. Se poi scopriste che si tratta di un organismo marino e ve lo trovaste davanti alla maschera mentre nuotate, dopo un iniziale timore – non si sa mai potrebbe anche essere urticante – comincereste a guardarlo da vicino e a seguire stupiti le sue misteriosi luci mentre fluttua nella corrente. Di certo nessuno, se non è un esperto conoscitore di cose di mare, sarà consapevole di contemplare una delle specie aliene più pericolose per l’equilibrio de nostri mari. Eppure è proprio così che si può definire la Mnemiopsis leidyi o Noce di mare.

Inoffensiva per l’uomo, un vero killer per l’ambiente marino

Scientificamente questo organismo appartiene al plancton, quell’insieme di specie animali e vegetali i cui più noti rappresentanti sono le meduse, che non dispongono di efficienti mezzi propri per spostarsi e vagano da un punto all’altro dei mari trasportati dalle correnti. La Noce di mare, in particolare, appartiene al phylum degli Ctenofori caratterizzati da bioluminescenza, da lamelle vibratili (cteni) disposte in otto bande lungo il corpo e utilizzate dall’animale per muoversi nell’acqua e dotati di organelli adesivi con cui catturano lo zooplancton di cui si nutrono, ma che sono inoffensivi per l’uomoLa Noce di mare dietro la sua apparente delicatezza nasconde una storia di killer dei mari che vale la pena di essere raccontata per conoscere la sua potenziale pericolosità per i nostri mari.

Via Pagina Facebook Underwater World

Predatrice instancabile che non teme né il freddo né il caldo

Mnemiopsis leidyi, originaria delle coste atlantiche del continente americano, fu introdotta nel Mar Nero all’inizio degli anni 80 tramite le acque di zavorra delle petroliere. Le prime segnalazioni si ebbero a partire dal 1982 con un crescendo continuo che toccò l’apice nel 1988-1989, quando la pesca eccessiva di pesci planctofagi come acciughe e spratti favorì l’aumento dello zooplancton di cui si nutrivano lasciandolo tutto a disposizione della Noce di mare. Senza predatori che potessero controllarne l’abbondanza, la Mnemiopsis poté così moltiplicarsi a dismisura, grazie anche alla sua capacità di riprodursi per autofecondazione, in tutto il Mar Nero competendo per il cibo e predando direttamente le uova e le larve dei pesci. La conseguenza fu un’ulteriore diminuzione degli stock ittici che all’inizio degli anni 90 videro ridursi di sei volte la massa pescata con una perdita complessiva, in termini di catture di acciuga negli anni 1989-1992,  stimata, approssimativamente, a circa 1 milione di tonnellate.

Nel 1999 la Noce di mare, sempre attraverso acque di zavorra, fu introdotta nel Mar Caspio, dove in alcune aree fece registrare una riduzione dello zooplancton di circa l’80%. Nel 2001 fu segnalata nel Mar Egeo dove pero? non ebbe effetti cosi? drammatici, forse a causa della maggiore presenza di suoi competitori planctofagi, e nel 2006 fu segnalata anche nel Mar Baltico. La sua diffusione in ambienti così differenti tra loro come il Mar Nero, il Mediterraneo e il Baltico è la manifestazione evidente di un’altra caratteristica di questa specie e che è condivisa di solito da tutte le specie aliene e cioè la grande adattabilità. La Noce di mare, infatti, è in grado di tollerare diversi fattori ambientali, sopporta salinità variabili da 4 a 38 per mille e temperature comprese fra 4 e 32°C e questo la rende capace di trasformare i mari più diversi in altrettanti territori di conquista, soprattutto se i cambiamenti ambientali e la riduzione dei suoi predatori naturali le lasciano spazio libero e in grado di competere per le risorse disponibili.

Il suo arrivo nei mari italiani

Passo dopo passo, secondo un copione ormai noto, la Noce di mare ha inevitabilmente raggiunto i nostri mari dove era praticamente sconosciuta e dove è stata sporadicamente avvistata nel 2005 nel golfo di Trieste e nell’estate del 2009 nel Tirreno, nello Ionio e lungo le coste liguri.

Fra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 2016 – Mar Nero insegna – si è verificata una vera e propria esplosione demografica, con presenze massicce nella Laguna di Marano e Grado, lungo la costa occidentale dell’Istria, e tutte le coste adriatiche italiane, fino ad Ancona e Pescara. La storia di questa specie in altri mari non è incoraggiante e quindi i nostri pescatori, e a cascata anche i consumatori, potrebbero in futuro dover fare i conti con una diminuzione delle risorse ittiche, in particolare di acciughe e sardine, pesci azzurri preziosi per la nostra salute e il cui consumo è consigliabile e consigliato da tutti i nutrizionisti.

Facciamo il tifo per la Beroe ovata!

Ma cosa possiamo fare concretamente per evitare questo pericolo? Purtroppo poco. Sia i primi portatori di interesse, e cioè i pescatori, che i cittadini sono impotenti davanti a un fenomeno che non è più possibile controllare. Che cosa succederà? Per ora se lo chiede la comunità scientifica che, per arginare l’invasione e i pericoli per la pesca, confida soprattutto nelle capacità biologiche del Mediterraneo che appare ancora meno compromesso del Mar Nero degli anni 80 e dove possiamo contare su di un efficace alleato naturale, la Beroe ovata, un altro ctenoforo, ma benigno che è un nemico giurato della Noce di mare, come ha dimostrato dove è stato introdotto, e per il quale tutti dobbiamo fare il tifo. E se come cittadini non possiamo fermare la Noce di mare, abbiamo però un dovere primario che è quello di difendere in ogni modo il nostro Mediterraneo, evitando di alterarlo con sostanze inquinanti, plastiche ecc. in modo da accrescerne le capacità difensive e metterlo in grado di  utilizzare le sue risorse per tenere a bada questa ed altre specie aliene.

Testo a cura di Angelo Mojetta, biologo marino, subacqueo e giornalista.
Dopo varie esperienze come ricercatore, ha iniziato a collaborare con riviste e periodici naturalistici e subacquei (AQVA, Oasis, Sub, Airone, National Geographic) e reti televisive. Autore di oltre 300 articoli e una cinquantina di libri, dedicati al mondo delle acque. Nel 2012 per la sua intensa attività in favore dell’ambiente marino ha ottenuto il prestigioso Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.