La vespa aliena che fa sparire le api è arrivata in Toscana

«Quando spariranno le api all’umanità resteranno quattro anni di vita». Questa sentenza di morte è stata attribuita a Einstein, anche se non è certo. Di certo c’è che alle impollinatrici per eccellenza dobbiamo un’ampia percentuale del nostro cibo, per non parlare della biodiversità del pianeta. Purtroppo ultimamente le api non se la passano molto bene. Stanno scomparendo velocemente dai nostri prati e campi e gli alveari si stanno spopolando.

Una minaccia per le api italiane

Le cause della scomparsa delle api sono molteplici e complesse. Tra loro, un predatore che arriva dall’Asia e sta mietendo vittime fra gli alveari europei: si tratta della Vespa velutina, detta anche Calabrone asiatico”originaria di un’ampia zona che copre Cina meridionale, India, Indocina e Indonesia.

Ma come ha fatto questa vespa aliena ad arrivare fino a noi? Nel 2005 è sbarcata in Francia con un carico cinese di vasi per bonsai. Dalla zona di Bordeaux si è poi diffusa rapidamente fino a invadere Belgio, Spagna, Portogallo, Germania e Regno Unito. Infine, nel 2012, è arrivata a Savona, in Italia. Dalla fine del 2013 è presente in Liguria, soprattutto in provincia di Imperia, in Piemonte e nella parte meridionale della provincia di Cuneo. Adesso ci sono segnalazioni anche in Toscana. Si pensa che questa rapida diffusione sia dovuta al trasporto passivo delle regine, che in inverno si rifugiano in materiali vari per svernare.

 

I consigli per fermare l’invasione

Per evitare l’ulteriore diffusione della Vespa velutina è importantissimo il contributo di agricoltorivivaistiallevatori, che devono prestare molta attenzione a non trasportare le regine fondatrici in maniera accidentale, assieme a legname, corteccia o materiale vegetale come paglia, fieno e foglie. Bisogna fare attenzione anche alla movimentazione di terreno e di materiale vivaistico e ortofrutticolo. Una buona regola sarebbe anche controllare spesso i veicoli agricoli per non diffondere in giro individui o nidi nascosti. Gli apicoltori inoltre dovrebbero ispezionare e prendersi cura del materiale apistico (arnie, melari, colonie, regine, pacchi d’ape) ed evitare la loro movimentazione.

Per debellare questo flagello si devono individuare e distruggere precocemente i nidi, sia primari che secondari. Spesso però la difficoltà sta nel trovarli: quelli primari sono piccoli e poco visibili; quelli secondari, anche se grandi, sono spesso nascosti dalla vegetazione o in luoghi non facilmente accessibili, anche in ambienti urbani. Per fortuna ci viene in aiuto la tecnologia con un prototipo di radar armonico ideato dal Politecnico di Torino, che riesce a seguire il volo di calabroni ed individuarne il nido. Inoltre agricoltori e apicoltori o semplici cittadini, a partire dal mese di marzo, possono posizionare specifiche trappole con birra per monitorare l’eventuale presenza del calabrone nero. Se si riescono ad individuare i nidi, si deve immediatamente comunicare la loro posizione a Protezione CivileVigili del Fuoco o ditte private senza cercare di distruggerli da soli. Per avere tutte le informazioni si può visitare il sito dedicato.

Un predatore che si nutre di api

La vespa aliena è un vorace predatore che si nutre principalmente di api bottinatrici (le api operaie), che raccolgono nettare, polline, acqua e propoli. Le aspetta davanti all’alveare e le attacca quando stanno rientrando dopo avere procacciato il sostentamento per tutta la colonia. Come una vera macchina da guerra, riesce a catturare fino a 6 api al minuto. Una volta finita nelle sue grinfie, l’ape viene smembrata e privata di torace e addome, le parti più proteiche, che vengono portate al nido delle vespe.

Per sfuggire a questa sorte, nelle zone infestate dalla vespa aliena le api cessano il volo e perciò la ricerca e la raccolta di nettare e polline. Questo sciopero forzato e la conseguente mancanza di sostentamento portano a un arresto della covata fino a causare la morte della colonia o grosse difficoltà nell’affrontare l’inverno senza scorte. La vespa aliena potrebbe causare la diminuzione o addirittura la scomparsa anche del nostro calabrone con cui entra in competizione, occupando la stessa nicchia ecologica e nutrendosi della stessa dieta. Infine non va dimenticato che l’aggressività dell’insetto, le maggiori dimensioni delle colonie rispetto al nostro calabrone, la presenza di nidi sia al suolo che in ambienti urbani, possono rappresentare un serio rischio per le persone.

Testo a cura di Silvia Ricci, naturalista, ecologa e conservazionista
Collaboratrice del MUSE, si occupa di cooperazione internazionale ed educazione alla cittadinanza globale in Tanzania e Trentino e gestisce progetti di conservazione su base comunitaria.
Fonti: 1,