Bello e letale: cosa fare se avvisti il giacinto d’acqua

L’insidia nascosta dietro la bellezza è un tema ricorrente in film e romanzi, ma anche nel mondo naturale è un leitmotiv frequente. Questa è la chiave forse per valutare il fascino pericolosissimo del giacinto d’acqua (Eichhornia crassipes).

Il viaggio intorno al mondo del giacinto d’acqua

È una pianta acquatica, galleggiante, di dimensioni relativamente modeste che ha tutto per attirare l’attenzione di un appassionato di fiori: un bouquet di cespi fogliosi con foglie tonde, lucide e piccioli carnosi, un’infiorescenza primaverile costituita da una spiga di fiori alquanto appariscenti, con macchie gialle sulla sommità dei petali superiori e un profumo delicato. Questa specie è così bella che l’abbiamo fatta viaggiare in tutto il mondo. Partita dall’America meridionale si è poi diffusa in cinquanta paesi compresa l’Italia. Ripercorrendone a ritroso la storia si scopre che fu individuata in Colombia prima del 1801, ma catalogata scientificamente solo nel 1824 a partire da esemplari raccolti in Brasile. Questa pianta fu introdotta in alcune isole dei Caraibi tra cui Trinidad dove fu ospitata nel locale giardino botanico coloniale il cui responsabile, David Lockhart, la spedì in Inghilterra ai famosi Kew Gardens tra il 1823 e il 1825. Il giacinto d’acqua si diffuse rapidamente in diversi giardini inglesi e in molti orti botanici d’Europa quali Parigi (1829), Vienna (1842), Amsterdam (1857), divenendo una specie ornamentale conosciuta e apprezzata. La sua bellezza fu all’origine della sua fortuna anche negli Stati Uniti, dove fu introdotta come fiore ornamentale nel 1884 in occasione della Fiera Mondiale di New Orleans. Veniva regalata a tutti i visitatori che contribuirono a diffonderla soprattutto in Florida dove in sessant’anni ricoprì oltre 50.000 ettari di ambienti acquatici.

 

Nel 1988 il primo allarme: l’invasione del Lago Victoria

Il vero allarme relativo a questa specie fu scatenato dalla sua invasione del Lago Vittoria dove, segnalato per la prima volta nel 1988, divenne un caso da manuale studiato in tutto il mondo. Qui, infatti, priva di nemici naturali, la pianta si diffuse rapidamente invadendo tutte le zone costiere e alterando drasticamente l’intero ecosistema lacustre. A causa sua, la vita delle popolazioni rivierasche sono state modificate con effetti che hanno iniziato ad attenuarsi solo dopo il 2000 quando gli interventi di controllo biologico hanno cominciato a fare effetto. Crebbe così l’attenzione del grande pubblico verso questa specie. Molti cittadini impararono a riconoscerla e il numero di quelli consapevoli della sua pericolosità cominciò a crescere. Una volta compresa la sua insidiosa minaccia cambiarono anche alcuni comportamenti e si cominciò a porre finalmente un argine alla sua avanzata.

 

 

La storia italiana del giacinto d’acqua

La data esatta della sua prima introduzione nel nostro Paese non è nota, tuttavia risultava coltivato in diversi giardini botanici già nella seconda metà del XIX secolo e, esattamente come ora, era presente in diversi cataloghi commerciali e quindi abbastanza facilmente reperibile in gran parte del territorio nazionale. La prima segnalazione relativa alla sua presenza spontanea in un ambiente naturale risale al 1982 e si riferisce alla Sicilia. Successivamente, viene segnalato anche in Lazio (1983), in Friuli-Venezia-Giulia (2001), in Toscana (2006) e, più recentemente, in Veneto (2012), Campania (2012) e Sardegna (2012). Qui si sono osservati i danni maggiori e sostenuti costi molto elevati per le operazioni di rimozione dal fiume Rio Mare’ e Foghe. Stando a notizie recenti le operazioni di bonifica sembra abbiano consentito, insieme ad alcune favorevoli situazioni ambientali, di eradicare quasi del tutto la specie da questo sito.

Come evitarne la diffusione?

Gli interventi di controllo e di eradicazione sono fondamentali, ma un importante contributo per evitare la diffusione della specie può arrivare dai cittadini. Tutti, infatti, possono collaborare segnalando subito la presenza della specie nelle acque pubbliche e, soprattutto, evitando di acquistare il giacinto d’acqua di cui, è bene saperlo, regolamenti comunitari recepiti anche dall’Italia vietano la commercializzazione, la coltivazione e anche la detenzione. Gli interventi da parte di enti di controllo come le ARPA (Aziende Regionali per la Protezione dell’Ambiente), l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), università e centri di ricerca si sono dimostrati fondamentali per il controllo di questa specie aliena, ma un importante contributo per evitarne la diffusione può venire da ognuno di noi. È possibile infatti collaborare a progetti di ricerca e ad attività di Citizen’s Science, cioè a quegli eventi di esplorazione e indagine sul territorio dietro casa che vedono affiancati esperti e cittadini e che consentono di segnalare tempestivamente la presenza della specie nelle acque pubbliche agli uffici ARPA della propria regione. Sopratutto non va acquistata: a volte si trova ancora in vendita in mercatini locali di piante e fiori. Oltre a mettere a rischio la preziosa biodiversità nostrana, si rischiano sanzioni: i regolamenti comunitari recepiti anche dall’Italia vietano la commercializzazione, la coltivazione e la detenzione. E chi scopre di averla in casa? Non cerchi di disfarsene buttandola via (in alcuni casi l’invasione aliena è iniziata così), ma contatti la propria ARPA regionale.

Nella lotta alle specie aliene il contributo dei cittadini è di fondamentale importanza; è possibile segnalare la presenza di specie esotiche tramite apposite app, oppure partecipare ai progetti di monitoraggio scientifico.

Testo a cura di Angelo Mojetta, biologo marino, subacqueo e giornalista.
Dopo varie esperienze come ricercatore, ha iniziato a collaborare con riviste e periodici naturalistici e subacquei (AQVA, Oasis, Sub, Airone, National Geographic) e reti televisive. Autore di oltre 300 articoli e una cinquantina di libri, dedicati al mondo delle acque. Nel 2012 per la sua intensa attività in favore dell’ambiente marino ha ottenuto il prestigioso Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.